L’arte della guerra per evitare la guerra
di Alessandra Malfa (da “I Vespri” del 16/12/2006)
Nell’attuale cinematografia si avverte il proliferare di tutto ciò che è orientale (da “Hero” a “La foresta dei pugnali volanti”) e si assiste stupefatti a iperboliche acrobazie di anacronistici guerrieri. Ma che cosa è l’arte marziale? E, soprattutto, è (come spesso si pensa), violenza o tradizione orientale? Per sciogliere questi e altri dubbi, abbiamo incontrato Giuseppe Rodelli, maestro IV dan di ju jitsu e istruttore II dan di kickboxing. A detta dei suoi allievi, è un artista marziale carismatico. Carisma confermato non solo dall’abbigliamento, consono all’attività ma, soprattutto dalla profondità dello sguardo.
Maestro, nello specifico, di cosa si occupa?
La ringrazio per il “maestro”. Maestro è una parola troppo importante e, secondo me, la può usare soltanto colui che insegna a diventare maestro. Tuttavia, anche se gli attestati e la forma impongono tale appellativo, sia fuori sia dentro il dojo sono per tutti Giuseppe. In palestra insegno Ju jitsu e Kick boxing, spaziando anche nella Kickjitsu, nel Figthing System e anche alla Shootboxe.
Dalla mia personale interpretazione di un passo del “Libro dei cinque anelli” di Miyamoto Musashi, ho dedotto che per eccellere nel proprio mestiere, occorre conoscerne anche altri, senza mai frenare la propria curiosità, accostandosi con umiltà e predisponendosi all’apprendimento per arrivare alla completezza.
Per i non addetti ai lavori, cosa s’intende per Dojo?
Dojo è il termine giapponese che indica il luogo dove avviene la pratica marziale; è inoltre un luogo d’incontro dove le persone, una volta entrate, diventano tutte uguali a prescindere dalla provenienza, dal sesso e dall’estrazione sociale, differenziando, mediante metodologie di insegnamento appropriate, gli adulti dai bambini.
Ci tracci, un quadro descrittivo del ju jitsu.
Sul ju jitsu non si hanno notizie certe. Sappiamo che la traduzione letterale del termine è “Arte della cedevolezza”, ed è una tecnica di combattimento a mani nude, elaborata in Giappone dai Bushi dell’epoca Kamakura per consentire ai samurai di difendersi efficacemente anche di fronte a un avversario che possedesse ancora le sue armi. Il principio su cui si basa è quello di poter vincere l’avversario con ogni mezzo, utilizzando la minor energia possibile; il praticante di ju jitsu deve saper valutare la forza dell’avversario, per utilizzarla contro di lui prima che il suo attacco sia efficace; se possibile, evitare gli attacchi; nel corso del combattimento, squilibrare l’avversario; saper attaccare senza conoscere i punti deboli; saper proiettare l’avversario facendo uso del principio della leva; immobilizzarlo al suolo torcendogli le membra o strangolandolo; saper colpire i punti vitali in modo da fargli perdere coscienza. In pratica il ju jitsu delle origini si prefiggeva l’annientamento dell’avversario. Ovviamente, oggi, è una disciplina sportiva formativa che non ha nessun fine... letale.
Spesso, si sente parlare di diversi stili in seno al ju jitsu stesso. Cosa ne pensa al riguardo?
Il discorso sarebbe complesso e troppo lungo. Limitandomi a esprimere il mio pensiero, che poi è frutto delle esperienze avute con diversi insegnanti e maestri, sono arrivato alla conclusione che il Ju jitsu era, sin dal XVII secolo, l’arte del combattimento dei samurai; pertanto, come uno e uno solo era il combattimento, uno e uno solo doveva essere lo stile. Fin dalla preistoria, l’uomo, per difendersi, alzava le braccia, chiudeva i pugni e incassava la testa. Ritengo che ai giorni nostri sono arrivati stili di creazione più o meno recente. D’altronde, è perfettamente normale che ciò avvenga, fa parte dell’evoluzione, proprio come pensava il filosofo cinese Lao Tsu il quale, nel “Tao Te Ching”, scriveva che nella vita tutto cambia, tutto subisce una mutazione, tranne la mutazione stessa.
Allora i vari stili sono una mera invenzione di noi occidentali?
No, è l’invenzione di chi, con le arti marziali, vuole speculare e commerciare. Sicuramente non è il mio caso, perché il mio lavoro è un altro: per me il ju jitsu rappresenta una pura passione. Anziché sprecare tempo a “personalizzare” le arti marziali, bisognerebbe impegnare le forze a ricercare le peculiarità ancestrali del ju jitsu, a trasmettere, ciascuno nel proprio dojo, le esperienze tramandate da ogni insegnante, dando spazio all’evoluzione, pur mantenendo invariati nome e struttura per evitare confusione a chiunque voglia accostarsi alla pratica di questa disciplina.
A che età e per quale motivo si è accostato allo studio delle arti marziali?
Quando, ancora bambino, negli anni Settanta scoppiò la febbre dei film di karate, che continuò per lungo tempo, ricordo che andavo spesso con i miei amici a vederli in un noto cinema del centro e tale era il culto di quei film, che fu adibito alla proiezione esclusiva di essi. Fu allora che chiesi a mio padre di iscrivermi in una palestra dove potessi praticare le arti marziali. Purtroppo, a volte, le aspirazioni dei genitori non coincidono con quelle dei figli e dovetti incassare un secco rifiuto. A metà degli anni Ottanta, durante il servizio di leva in Puglia, conobbi un maestro di Win Tsun e, libero da vincoli genitoriali decisi di praticarlo nelle ore libere. Tornato a Catania continuai con la pratica del Ju Jitsu del quale mi appassionai immediatamente per poi, verso la fine degli anni Novanta, dedicarmi alla Boxe, alla Kickboxing e alla Muay Thai (boxe tailandese), perché mi volevo completare approfondendo i miei studi sugli sport da combattimento; e inoltre, praticando anche la kickjitsu (disciplina da combattimento del ju jitsu), desideravo venire a conoscenza di tecniche efficaci sul combattimento a distanza.
Quindi, iniziare da adulti non è limitante?
Non è affatto limitante, anzi. Chi inizia la pratica marziale deve innanzitutto chiedersi cosa vuole ottenere. Alcuni cominciano per curiosità o perché in quel momento va di moda, altri per vincere le proprie insicurezze o per imparare a difendersi, vedi le ragazze, altri ancora per tenersi in forma.
Per noi occidentali, è possibile raggiungere una forma mentis tale da accomunarci agli orientali?
Non potremo mai essere simili agli orientali proprio perché non lo siamo. Gli orientali hanno uno stile di vita differente dal nostro: vivono la loro interiorità quotidianamente, fin dall’infanzia e l’arte marziale fa parte della loro cultura, la utilizzano non soltanto per combattere ma anche per il loro benessere psichico.
Chi sono, dunque, i suoi allievi e come si pongono verso la disciplina?
A volte penso che siano persone che caratterialmente mi somigliano, vista l’enfasi praticano la disciplina che insegno. Sono ragazzi fondamentalmente pieni di curiosità e, per il ruolo che durante la lezione ricopro, mi sottopongono quesiti arditi che spesso non so risolvere: ecco perché non mi definisco un maestro. Sono i miei allievi che mi tengono in contatto con il mondo esterno alla palestra. Le loro esperienze diventano le mie e viceversa, io cresco insieme a loro, grandi o piccoli che essi siano: ritengo loro i miei veri maestri.
Ha appena fatto riferimento agli allievi più piccoli. Cosa direbbe a quei genitori che, temendo l’acuirsi di una certa aggressività nei loro figli, non gli consentono di praticare arti marziali?
Certe volte in palestra vedo qualcuno dei miei giovani allievi dolorante e mi chiedo se non avrò esagerato durante l’ultimo allenamento. Ma nella maggior parte dei casi mi sento rispondere che si sono fatti male praticando altri sport come il calcio… Non che abbia qualcosa contro questo sport ma mi fa riflettere che in combattimento non si facciano male e nel calcio sì. Ritengo che l’aggressività di un individuo che pratica un’arte marziale sia canalizzata nel combattimento sportivo. Inoltre, riuscendo nell’intento, un insegnante ha in palestra un potenziale campione e nel contempo una persona che fuori dal dojo è un modello di vita.
Che dire ai genitori? Spesso vedo bambini costretti a praticare una disciplina sportiva soltanto perché sono genitori a volerlo, per soddisfare un desiderio inconscio e tramite i figli realizzarlo; o peggio, per avere in casa dei campioni a tutti i costi. Ritengo che tutto ciò generi un potenziale pericolo per il bambino che si avvicina alla pratica di una qualsiasi disciplina sportiva, soprattutto se agonistica. Potremmo ottenere, paradossalmente, una repulsione nei confronti di qualsiasi attività sportiva. L’ideale sarebbe stimolare la curiosità dei nostri figli verso la disciplina che riteniamo possa essere idonea per loro. Sarà comunque l’insegnante a completare il lavoro rendendo la lezione tanto interessante da farli tornare volentieri in palestra. Ogni qual volta riesco a staccare un bambino dalla play-station e indurlo a socializzare col gruppo, ritengo di aver raggiunto un traguardo.
Inoltre, spesso, si associa la violenza alle discipline marziali perché c’è una cattiva informazione e un abuso del termine stesso. La violenza si ha quando, a esempio, un praticante di arti marziali usa le tecniche da lui conosciute contro un non praticante. Sul quadrato di gara sono in competizione due avversari con lo stesso livello di tecnica e prestanza fisica, allenati al combattimento sportivo e alla lealtà. Il mio intento è rendere i miei allievi, grazie all’arte marziale, migliori fisicamente e interiormente, consapevoli che fuori dal dojo possono affrontare la vita senza dover necessariamente usare i pugni, impartendo le regole di onore e lealtà, dando loro in mano “l’arte della guerra” affinché la guerra non sia mai fatta.
lunedì 16 luglio 2007
venerdì 13 luglio 2007
Stage di Ju Jitsu Brasiliano
Lo shobukan Dojo organizza il 27 e 28 Ottobre 2007 a Catania il primo stage di Ju Jitsu Brasiliano.
Grande livello tecnico con la docenza del maestro Federico Tisi (fondatore insieme all’amico e collega Andrea Baggio dell’Italian Connection, il team di jiu jitsu brasiliano più grande d’Italia).
Per tutte le info. scriveteci
Grande livello tecnico con la docenza del maestro Federico Tisi (fondatore insieme all’amico e collega Andrea Baggio dell’Italian Connection, il team di jiu jitsu brasiliano più grande d’Italia).
Per tutte le info. scriveteci
lunedì 9 luglio 2007
Ufficialmente nella famiglia di Italian Connection

E' con grande piacere che annuncio l'apertura del nuovo gruppo di studio Italian Connection a Catania.
Nato dagli sforzi di Giuseppe Rodelli, già esperto di jiu jitsu tradizionale, muay thai e kick jitsu, da anni impegnato nell'insegnamento ad adulti e bambini e nella pratica agonistica. Il gruppo di studio di Catania si propone di organizzare una serie di stage a partire dall'autunno e di appoggiarsi anche all'aiuto di Davide Cialona di Marsala per incrementare il loro bagaglio tecnico nel jiu jitsu brasiliano.
Nato dagli sforzi di Giuseppe Rodelli, già esperto di jiu jitsu tradizionale, muay thai e kick jitsu, da anni impegnato nell'insegnamento ad adulti e bambini e nella pratica agonistica. Il gruppo di studio di Catania si propone di organizzare una serie di stage a partire dall'autunno e di appoggiarsi anche all'aiuto di Davide Cialona di Marsala per incrementare il loro bagaglio tecnico nel jiu jitsu brasiliano.
venerdì 6 luglio 2007
Passaggi Di Grado
La famiglia dello Shobukan Dojo con immenso piacere si congratula con Sanfilippo Sergio, D'antoni Donata, Sanfilippo Domenico, Sinatra Alessandro, che dopo tanti intensi allenamenti hanno brillantemente superato l' impegnativo esame per cintura Verde. A loro va l'augurio di tutto il Dojo affiche' il loro cammino nelle arti marziali possa essere ricco di gratificazioni.






giovedì 5 luglio 2007
Lotta di "Guerrieri" di Alessandra Malfa

Ecco il ju jitsu brasiliano
Io ho 82 anni adesso, ma le arti marziali sono una ricerca che riguardala vita intera. Io non ho un nemico. Faccio della disattenzione il mio nemico”.
Così affermava il maestro brasiliano Helio Gracie, il quale, insieme con fratello Carlos, intorno agli anni Venti del secolo scorso iniziò a introdurre delle varianti alle tecniche del ju jitsu giapponese appreso in quegli anni da un maestro giapponese, dando cosi origine a questa nuova disciplina molto flessibile e allo stesso tempo attenta a lavorare con tecniche efficaci nel combattimento sportivo e da strada.
Il ju jitsu brasiliano è una disciplina di lotta a terra che deriva dal judo e dal ju
jitsu giapponese; negli ultimi anni, poi, ha dimostrato di essere in continua evoluzione; di non essere statica, come molte altre arti tradizionali, e nemmeno astratta, come altre discipline sportive che, per rispettare determinati regolamenti di
gara, hanno abbandonato la reale capacità di lottare con l’avversario. E’ una
disciplina che si basa sulla conoscenza del proprio corpo, delle tecniche, che sono in continuo aggiornamento, e naturalmente delle proprie paure, che si sconfiggono con lo
sparring (un allenamento tra compagni di palestra, con il quale neutralizzano gli aspetti di violenza e aggressività che si generano dall’Ego).
Anche se si tratta di una disciplina relativamente giovane, in Sicilia, a Marsala, nata un’accademia che lavora per diffonderne i principi.
Noi abbiamo incontrato il maestro Octavio Couto jr, “Ratinho”, insegnante
di brasilian ju jitsu, stimato a livello mondiale, che ne ha tracciato le linee
generali.
Maestro, a quando risale l’inizio del
suo percorso sportivo?
Ho iniziato a 17 anni; ero al liceo quando cominciai con il judo e il mio maestro
di allora mi fece conoscere il brasilian ju jitsu, e cominciai lo studio e la pratica.
Quale è la particolarità dello stile?
Il ju jitsu brasiliano prevede un lavoro di lotta a terra con finalizzazioni di leve
e strangolamenti; unico è lo stile, quello che cambia è l’esperienza di chi pratica
la disciplina, esperienza che deriva anche da diversi percorsi individuali.
È una disciplina aperta a tutti?
Sì, anche alle donne. Ci sono molte ragazze che si dedicano al ju jitsu brasiliano
e non soltanto sono ottime atlete, ma mantengono intatta la loro bellezza efemminilità. Il brasilian ju jitsu resta per me soprattutto una forma di lotta divertente, perché rotolare insieme crea veramente un rapporto simpatico tra gli atleti e
un’atmosfera di sincera amicizia tra chi si allena. Questo offre quindi la doppia
possibilità di divertirsi e di apprendere una forma di lotta e di autodifesa efficace
che non teme confronti.
Tiene lezioni in tutto il mondo, come
si trova in Italia e nello specifico in Sicilia?
L’Italia si è aperta al brasilian ju jitsu con una visione moderna e giovane grazie
al maestro Federico Tisi che ha fondato l’Italian Connection, un team che è
più di un insieme di sportivi: è una famiglia.Ogni volta che vengo in Italia, fornisco consulenze da Bolzano a Roma, a Bologna; in Sicilia mi trovo bene, perché
siciliani sono molto simili ai brasiliani, per modus vivendi e mentalità. Ho molti
amici qui e un plauso particolare va al maestro Davide Cialona, che sta svolgendo
un ottimo lavoro.
Nelle foto : Il maestro Octavio Couto jr, “Ratinho”, Giuseppe Rodelli
e Davide Cialona, organizzatore dello stage di Marsala; il maestro
“Ratinho”; il maestro Federico Tisi fondatore dell’Italian Connection
Io ho 82 anni adesso, ma le arti marziali sono una ricerca che riguardala vita intera. Io non ho un nemico. Faccio della disattenzione il mio nemico”.
Così affermava il maestro brasiliano Helio Gracie, il quale, insieme con fratello Carlos, intorno agli anni Venti del secolo scorso iniziò a introdurre delle varianti alle tecniche del ju jitsu giapponese appreso in quegli anni da un maestro giapponese, dando cosi origine a questa nuova disciplina molto flessibile e allo stesso tempo attenta a lavorare con tecniche efficaci nel combattimento sportivo e da strada.
Il ju jitsu brasiliano è una disciplina di lotta a terra che deriva dal judo e dal ju
jitsu giapponese; negli ultimi anni, poi, ha dimostrato di essere in continua evoluzione; di non essere statica, come molte altre arti tradizionali, e nemmeno astratta, come altre discipline sportive che, per rispettare determinati regolamenti di
gara, hanno abbandonato la reale capacità di lottare con l’avversario. E’ una
disciplina che si basa sulla conoscenza del proprio corpo, delle tecniche, che sono in continuo aggiornamento, e naturalmente delle proprie paure, che si sconfiggono con lo
sparring (un allenamento tra compagni di palestra, con il quale neutralizzano gli aspetti di violenza e aggressività che si generano dall’Ego).
Anche se si tratta di una disciplina relativamente giovane, in Sicilia, a Marsala, nata un’accademia che lavora per diffonderne i principi.
Noi abbiamo incontrato il maestro Octavio Couto jr, “Ratinho”, insegnante
di brasilian ju jitsu, stimato a livello mondiale, che ne ha tracciato le linee
generali.
Maestro, a quando risale l’inizio del
suo percorso sportivo?
Ho iniziato a 17 anni; ero al liceo quando cominciai con il judo e il mio maestro
di allora mi fece conoscere il brasilian ju jitsu, e cominciai lo studio e la pratica.
Quale è la particolarità dello stile?
Il ju jitsu brasiliano prevede un lavoro di lotta a terra con finalizzazioni di leve
e strangolamenti; unico è lo stile, quello che cambia è l’esperienza di chi pratica
la disciplina, esperienza che deriva anche da diversi percorsi individuali.
È una disciplina aperta a tutti?
Sì, anche alle donne. Ci sono molte ragazze che si dedicano al ju jitsu brasiliano
e non soltanto sono ottime atlete, ma mantengono intatta la loro bellezza efemminilità. Il brasilian ju jitsu resta per me soprattutto una forma di lotta divertente, perché rotolare insieme crea veramente un rapporto simpatico tra gli atleti e
un’atmosfera di sincera amicizia tra chi si allena. Questo offre quindi la doppia
possibilità di divertirsi e di apprendere una forma di lotta e di autodifesa efficace
che non teme confronti.
Tiene lezioni in tutto il mondo, come
si trova in Italia e nello specifico in Sicilia?
L’Italia si è aperta al brasilian ju jitsu con una visione moderna e giovane grazie
al maestro Federico Tisi che ha fondato l’Italian Connection, un team che è
più di un insieme di sportivi: è una famiglia.Ogni volta che vengo in Italia, fornisco consulenze da Bolzano a Roma, a Bologna; in Sicilia mi trovo bene, perché
siciliani sono molto simili ai brasiliani, per modus vivendi e mentalità. Ho molti
amici qui e un plauso particolare va al maestro Davide Cialona, che sta svolgendo
un ottimo lavoro.
Nelle foto : Il maestro Octavio Couto jr, “Ratinho”, Giuseppe Rodelli
e Davide Cialona, organizzatore dello stage di Marsala; il maestro
“Ratinho”; il maestro Federico Tisi fondatore dell’Italian Connection
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